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  • Il quarto trimestre: il tempo in cui nasce anche una madre

    Il quarto trimestre: il tempo in cui nasce anche una madre

    Per nove mesi hai aspettato questo momento.

    Hai immaginato il tuo bambino, preparato la sua cameretta, scelto i suoi primi vestitini. Hai frequentato corsi, letto libri, ascoltato racconti di altre mamme e preparato la borsa per l’ospedale con settimane di anticipo.

    Poi arriva il parto.

    E tutti sembrano concentrarsi su una sola domanda: “Com’è il bambino?”

    Ma c’è un’altra domanda che meriterebbe lo stesso spazio.

    “Come stai tu?”

    La verità è che il parto non rappresenta la fine del percorso.
    È l’inizio di una nuova fase, intensa e profondamente trasformativa, che la ricerca scientifica definisce ormai il quarto trimestre: un periodo in cui il corpo recupera, gli ormoni cambiano, le emozioni si intrecciano e, giorno dopo giorno, nasce una nuova famiglia [1].

    Se in questo momento ti senti stanca, sopraffatta, fragile o semplicemente diversa da come ti eri immaginata, sappi che non sei sola.

    Il post-partum non è solo riprendersi dal parto

    Spesso si pensa che il post-partum significhi soltanto guarire fisicamente.
    In realtà è molto di più [4].

    È un periodo di recupero, ma anche di ricerca di nuovi equilibri.

    Ogni giornata è una scoperta.
    Impari a conoscere il tuo bambino, a capire i suoi segnali, a distinguere un pianto di fame da uno di bisogno di contatto. Cerchi di comprendere come funziona l’allattamento, impari ad ascoltare il tuo corpo e, nello stesso tempo, provi a trovare un nuovo ritmo tra sonno, poppate e piccoli momenti per prenderti cura di te.

    Anche la coppia cambia, così come cambia la famiglia. Si costruiscono nuove abitudini, nuovi ruoli, nuovi modi di stare insieme.

    Tutto questo richiede tempo.

    Non esiste un momento preciso in cui ci si sente improvvisamente “capaci”. Si impara un giorno alla volta.

    Il tuo corpo ha bisogno di tempo

    Viviamo in una società che spesso ci mostra immagini di mamme che, dopo poche settimane, sembrano essere tornate esattamente come prima.

    La realtà è diversa.

    Il recupero fisico dopo il parto può richiedere mesi e non esiste un tempo uguale per tutte. Il pavimento pelvico, l’utero, i muscoli addominali, i livelli ormonali: tutto sta cercando lentamente un nuovo equilibrio [2;3].

    Se ti senti ancora affaticata, se hai bisogno di riposare o se il tuo corpo non ti sembra ancora il tuo, non significa che ci sia qualcosa che non va.

    Significa semplicemente che stai attraversando un cambiamento enorme.

    E questo cambiamento merita rispetto.

    Non devi fare tutto da sola

    Una delle convinzioni più diffuse è che una “brava mamma” debba riuscire a fare tutto: accudire il bambino; tenere in ordine la casa; preparare i pasti; accogliere le visite; essere sorridente; riprendersi in fretta.

    Ma una mamma non ha bisogno di dimostrare quanto è forte.

    Ha bisogno di essere sostenuta e chiedere aiuto non significa essere meno competente.

    Significa prendersi cura anche di sé, se hai accanto familiari o amici disponibili, prova a chiedere un sostegno concreto.

    Può essere molto più utile sentirsi dire:

    “Ti preparo il pranzo.”

    “Faccio io la spesa.”

    “Mi occupo della lavatrice.”

    “Riordino la cucina mentre tu ti riposi o stai con il tuo bambino.”

    Sono gesti semplici, ma possono alleggerire enormemente le tue giornate e permetterti di dedicare le energie a ciò che conta davvero: conoscere il tuo bambino, recuperare le forze e vivere con più serenità questo nuovo inizio.

    Hai il diritto di proteggere il tuo tempo

    Dopo la nascita tutti desiderano conoscere il nuovo arrivato.

    È comprensibile.

    Ma questo non significa che tu debba sentirti obbligata ad aprire la porta di casa quando sei ancora molto stanca o stai cercando di trovare il tuo equilibrio.

    Puoi scegliere di rimandare le visite, puoi dire che preferisci aspettare qualche settimana, puoi chiedere ai tuoi familiari di fare da filtro… Non è maleducazione: è cura.

    Nei primi giorni hai bisogno di tempo per conoscerti come mamma, imparare ad allattare se lo desideri, riposare quando puoi e vivere il contatto con il tuo bambino senza sentirti continuamente osservata.

    I consigli non richiesti possono fare più male che bene

    Probabilmente li riceverai:

    “Prendilo in braccio di meno.”
    “Devi allattarlo a orari.”
    “Non fare così.”
    “Io facevo diversamente.”
    “Stai sbagliando.”

    Molti di questi consigli nascono con buone intenzioni.

    Ma quando arrivano da ogni direzione rischiano di aumentare i dubbi e farti sentire continuamente sotto esame.

    La verità è che ogni mamma e ogni bambino sono una storia a sé.

    Se hai un dubbio, se qualcosa ti preoccupa o semplicemente hai bisogno di una conferma, affidati a un professionista.

    Avere accanto un’ostetrica o un altro professionista competente significa poter fare domande senza paura di essere giudicata, ricevere informazioni basate sulle evidenze scientifiche e sentirsi accompagnata nelle proprie scelte [8;9].

    Non esistono domande banali quando si diventa mamma.

    Anche le emozioni fanno parte del post-partum

    Nei primi giorni potresti sentirti felice e piangere nello stesso momento. Ma potresti anche commuoverti senza un motivo apparente o potresti sentirti insicura.
    Sono emozioni molto comuni.

    Per molte donne si tratta del cosiddetto baby blues, una fase transitoria legata ai profondi cambiamenti ormonali e alla stanchezza [5;6].

    Se però con il passare delle settimane la tristezza non migliora, se l’ansia diventa costante, se senti di non riuscire a provare piacere nelle cose o fai fatica a prenderti cura di te, parlarne è importante [7].

    Chiedere aiuto è un gesto di forza, non un fallimento.

    Il mio ruolo come ostetrica

    Essere ostetrica non significa occuparsi solo del parto.

    Significa esserci anche dopo, ascoltando i tuoi dubbi, aiutandoti ad affrontare l’allattamento, se lo desideri, sostenendoti nella cura del pavimento pelvico, rassicurandoti quando tutto sembra nuovo e aiutandoti a distinguere ciò che è fisiologico da ciò che merita un approfondimento.

    Soprattutto, significa offrirti uno spazio in cui poter raccontare come stai davvero, senza sentirti giudicata.

    Perché il post-partum non è una corsa per tornare quella di prima.

    È il tempo in cui nasce una madre.

    E ogni madre ha diritto di viverlo con i propri tempi, sentendosi accolta, sostenuta e accompagnata.

    Fonti

    1. Nasab SH, et al. Advancements in Postpartum Rehabilitation: A Systematic Review. Cureus. 2024. [PMC11372501]
    2. Wilson RD, et al. Postpartum Recovery: What Does it Take to Get Back to a Baseline? Curr Opin Anaesthesiol. 2021. [PMID: 33395109]
    3. Van der Woude D, et al. What Delivery-Related Factors Affect Postpartum Recovery? A systematic Review. [PMC12127658]
    4. Slomian J, et al. Maternal Self-Care in the Early Postpartum Period: An Integrative Review. [PMID: 32739715]
    5. Rezaie-Keikhaie K, et al.; Balaram K, Marwaha R., Maternity Blues: A Narrative Review. [PMC9863514]; Postpartum Blues. StatPearls. [PMID: 32119433]
    6. Motyka M, et al. Postpartum Emotional Disorders: a Narrative Review. Ginekologia Polska, 2025. [PMID: 40145696]
    7. Karen Carlson, Saba Mughal, Yusra Azhar, Waquar Siddiqui. Perinatal Depression. StatPearls, NCBI Bookshelf, aggiornato 2025. [PMID: 30085612]
    8. Norazman CW, Lee LK. The Influence of Social Support in the Prevention and Treatment of Postpartum Depression: An Intervention-based Narrative Review. [PMC11378223]
    9. Lauren K White, et al. The Impact of Postpartum Social Support on Postpartum Mental Health Outcomes During the COVID-19 Pandemic. 2023. [PMID: 37268777]
  • Rapporti in acqua e sotto la doccia: sono davvero una buona idea?

    Rapporti in acqua e sotto la doccia: sono davvero una buona idea?

    Fare l’amore in acqua è una delle fantasie più diffuse.
    Film, serie TV e pubblicità ci hanno abituati a immaginare baci sotto la doccia, abbracci in mare al tramonto o momenti di passione in piscina.
    È un’immagine che richiama, prima di tutto, un’idea di libertà.

    Eppure, quando dalla fantasia si passa alla realtà, il nostro corpo segue regole molto diverse da quelle del cinema. E conoscerle non significa rinunciare a queste esperienze, ma viverle con maggiore consapevolezza e, soprattutto, con meno probabilità di ritrovarsi il giorno dopo con una fastidiosa cistite.

    L’acqua non lubrifica, anzi, può fare l’effetto opposto

    Una convinzione molto comune è che l’acqua renda tutto più semplice. In realtà succede il contrario.

    Durante l’eccitazione, la vagina produce naturalmente una lubrificazione che ha una funzione fondamentale: ridurre l’attrito e proteggere i tessuti delicati della mucosa durante il rapporto.

    Quando ci si trova immersi in acqua, questa lubrificazione viene progressivamente dilavata. L’acqua, infatti, non è un lubrificante e non può sostituire le secrezioni naturali.
    Che sia acqua dolce, di mare o di piscina, nessuna possiede le caratteristiche fisiologiche necessarie per proteggere la mucosa vaginale.

    Il risultato può essere un maggiore attrito durante il rapporto, anche se spesso non ce ne si accorge subito. Molte donne riferiscono infatti che il fastidio compare alcune ore dopo, sotto forma di bruciore o di una fastidiosa sensazione di secchezza.

    Questo è uno dei motivi per cui i lubrificanti vaginali sono formulati con caratteristiche ben precise di pH e osmolarità: sono studiati per rispettare il microbiota vaginale, composto prevalentemente da lattobacilli, e non alterare il delicato equilibrio della mucosa [1].

    Se soffri di cistiti, meglio fare più attenzione

    Chi ha avuto una cistite sa quanto possa essere dolorosa e frustrante. E spesso si chiede se alcuni comportamenti possano aumentare il rischio che si ripresenti.

    La relazione tra rapporti sessuali e infezioni urinarie è ben documentata dalla letteratura scientifica. Il rapporto sessuale rappresenta infatti uno dei principali fattori predisponenti, soprattutto nelle donne che hanno già una particolare suscettibilità [2].

    In acqua possono aggiungersi alcuni elementi che rendono il contesto meno favorevole: la ridotta lubrificazione aumenta l’attrito e può favorire piccole irritazioni della zona periuretrale.
    Questo non significa che fare l’amore in acqua provochi automaticamente una cistite, ma nelle donne predisposte può rappresentare un fattore che contribuisce ad aumentarne il rischio [3, 4].

    Se soffri di cistiti ricorrenti, quindi, non è necessario rinunciare alla tua sessualità, ma può essere utile l’utilizzo di un lubrificante di buona qualità, preferibilmente a base siliconica e compatibile con il preservativo se utilizzato, può essere ancora più importante. I lubrificanti siliconici resistono meglio all’acqua rispetto a quelli a base acquosa, contribuendo a mantenere una buona scorrevolezza e a ridurre l’attrito, uno dei fattori che può favorire microtraumi e irritazione della zona periuretrale.

    E il preservativo? No, l’acqua non fa magie

    C’è un mito che vale la pena sfatare: essere in acqua non rende il sesso “più sicuro”, in quanto non lava via il rischio di gravidanza e, soprattutto, non protegge dalle infezioni sessualmente trasmissibili.

    Anzi, quando si fa l’amore in acqua, il preservativo merita qualche attenzione in più.
    Questa, di per sé, non lo rende inefficace, ma la ridotta lubrificazione naturale può aumentare l’attrito e, di conseguenza, le probabilità che si sposti o, più raramente, si rompa.

    La soluzione non è rinunciare, ma prepararsi meglio: scegliere la misura corretta, verificarne il posizionamento e, se necessario, usare il lubrificante resistente all’acqua di cui abbiamo parlato, purché compatibile con il suo materiale.

    Insomma, non è pensato per nuotare da solo: ha bisogno delle condizioni giuste per fare bene il suo lavoro. E continua a essere l’unico metodo che, oltre a ridurre il rischio di gravidanza indesiderata, protegge anche dalle infezioni sessualmente trasmissibili.

    La doccia è diversa? Sì. Ed è forse la fantasia più realistica

    Rispetto a mare e piscina, la doccia ha un vantaggio pratico: è la fantasia più facile da vivere nella quotidianità, senza bisogno di occasioni particolari.

    Dal punto di vista del corpo, però, vale la stessa regola vista finora: l’acqua crea atmosfera, ma non lubrificazione. Mentre tutto sembra scorrere con naturalezza, la lubrificazione fisiologica può ridursi e l’attrito aumentare, soprattutto se il rapporto si prolunga. Per questo motivo, anche qui, un lubrificante come quello già indicato può fare una reale differenza.

    C’è poi un dettaglio poco romantico ma importante: il pavimento.
    Tra acqua, sapone e piastrelle lisce, il rischio di scivolare è più concreto di quanto si immagini.
    Un tappetino antiscivolo o un appoggio stabile permettono di vivere il momento con maggiore tranquillità, senza togliere nulla alla spontaneità.

    La realtà non deve essere identica a quella dei film per essere bella. Anzi, quando desiderio e consapevolezza si incontrano, è molto più facile che quella scena rimanga un ricordo piacevole, e non un’esperienza accompagnata da fastidi o piccoli incidenti.

    Il consiglio dell’ostetrica

    Se c’è una cosa che ho imparato accompagnando tante donne nel loro percorso di salute e di consapevolezza è che la sessualità non ha bisogno di regole rigide, ma di un corpo che si senta ascoltato. Una fantasia non è “giusta” o “sbagliata”: può essere un modo bellissimo per ritrovarsi e sperimentare l’intimità di coppia. La differenza la fanno le attenzioni con cui la viviamo.

    Se scegliete di fare l’amore sotto la doccia o in acqua, concedetevi il tempo di creare desiderio prima ancora del rapporto. Non abbiate fretta: l’eccitazione è il lubrificante più prezioso che il nostro corpo possa produrre. Se necessario, aiutatelo con un buon lubrificante resistente all’acqua, soprattutto se soffrite di secchezza vaginale o di cistiti ricorrenti. E quando il momento è finito, prendetevi cura l’uno dell’altra anche nei piccoli gesti: una doccia con sola acqua o un detergente delicato per la zona esterna, urinare dopo il rapporto se siete predisposte alle cistiti e cambiare il costume bagnato sono attenzioni semplici, ma possono fare davvero la differenza.

    La passione non si misura dalla capacità di imitare una scena vista in un film, ma da quanto ci si sente liberi di vivere il proprio desiderio senza che questo lasci spazio a dolore, bruciore o disagio nei giorni successivi. Perché il sesso più bello non è quello perfetto, ma quello in cui ci si sente bene, durante e dopo.

    E forse è proprio questa la forma più autentica di romanticismo: conoscersi e rispettare il proprio corpo insieme a quello della persona che si ama, così da poter vivere ogni fantasia con più leggerezza. Perché quando il benessere incontra il desiderio, non si spegne la passione: le permette semplicemente di durare più a lungo.

    Fonti

    1. Freixas-Coutin JA, Seo J, Hood S, Krychman M, Palacios S. The In Vivo Effect of Water-Based Lubricants on the Vaginal Microbiome of Women from Varying Age Groups: Exploratory Analysis of a Randomized Controlled Trial. Microorganisms. 2024.[PMC11434374]
    2. Foxman B, Buxton M. Sexual intercourse and risk of symptomatic urinary tract infection in post-menopausal women. [PMC2324148]
    3. Zborowska E, Michalak A, Wróblewska A, Piekarska K, Chruszcz A, Nykiel A. Effects of swimming pool water on vaginal microbiota: a preliminary study. PLoS One. 2021.
    4. Wiewel S, Wewetzer F, Schauer MM, Kainer F, Hillemanns P. Vaginal and perineal health in female competitive swimmers. Int J Gynaecol Obstet. 2018.

  • Menopausa e calo del desiderio: capirlo, parlarne in coppia, ritrovare il piacere

    Menopausa e calo del desiderio: capirlo, parlarne in coppia, ritrovare il piacere

    “Lo amo ancora, ma il sesso non mi interessa più.”

    È una delle frasi che ascolto più spesso nel mio ambulatorio.

    Molte donne arrivano con un grande senso di colpa, convinte che il fatto di non provare più lo stesso desiderio di un tempo significhi che qualcosa nella relazione si sia rotto.
    Alcune si chiedono se il problema sia il partner, altre pensano di essere cambiate “in peggio”, altre ancora temono di aver perso per sempre una parte importante di sé.
    In realtà, la menopausa racconta una storia diversa.

    Le ricerche degli ultimi anni ci dicono con chiarezza che amore e desiderio sessuale non sono la stessa cosa.
    Possono influenzarsi a vicenda, ma non sempre procedono insieme [1]. È possibile continuare ad amare profondamente il proprio compagno e, allo stesso tempo, accorgersi che il desiderio spontaneo si è affievolito.

    Durante la menopausa il corpo attraversa una trasformazione importante.

    La diminuzione degli estrogeni e il progressivo calo degli androgeni modificano molti aspetti della sessualità: il desiderio può diminuire, l’eccitazione richiedere più tempo, la lubrificazione diventare meno abbondante e, in alcune donne, i rapporti possono risultare meno confortevoli [1].

    Tutto questo ha una base biologica.

    Ma sarebbe un errore pensare che siano soltanto gli ormoni a spiegare ciò che accade.

    La sessualità femminile è molto più complessa. Il sonno disturbato, la stanchezza cronica, le vampate, lo stress, i cambiamenti dell’immagine corporea, le responsabilità familiari, il lavoro e la qualità della relazione di coppia possono influenzare il desiderio tanto quanto le variazioni ormonali[3;4].

    Per questo motivo ogni donna vive la menopausa in modo diverso.

    C’è chi continua ad avere una vita sessuale soddisfacente senza particolari cambiamenti e chi, invece, attraversa un periodo in cui il desiderio sembra quasi scomparire. Entrambe le esperienze sono possibili e nessuna delle due rappresenta una “normalità” assoluta.

    Quello che sappiamo è che il calo del desiderio è uno dei cambiamenti sessuali più frequentemente riferiti durante la transizione menopausale [1]. Non è un evento raro e, soprattutto, non è un segnale che la relazione sia necessariamente in crisi.

    Amore e desiderio: due dimensioni distinte

    Nella nostra cultura siamo abituati a pensare che se ami qualcuno lo desideri automaticamente. È un’idea romantica, ma poco aderente a ciò che osserviamo nella pratica clinica.

    L’amore è un legame emotivo costruito nel tempo, fatto di affetto, fiducia, complicità e condivisione.
    Il desiderio sessuale, invece, è influenzato da molti fattori: biologici, psicologici, relazionali e perfino contestuali [1].
    Può aumentare, diminuire, cambiare intensità nel corso della vita. Questo significa che una donna può sentirsi profondamente innamorata del proprio partner e, nello stesso tempo, non avvertire più quella spinta spontanea verso la sessualità che ricordava negli anni precedenti [1]. Capire questa differenza aiuta anche la coppia a evitare interpretazioni dolorose.
    Quando il desiderio diminuisce, il partner rischia di pensare:“Non mi ama più.”
    La donna, invece, spesso pensa:“C’è qualcosa che non va in me.” Nella maggior parte dei casi nessuna delle due conclusioni è corretta. Si tratta semplicemente di un cambiamento che merita di essere compreso, non giudicato.

    Quando si fa l’amore senza averne davvero voglia

    Esiste un aspetto della sessualità in menopausa di cui si parla ancora poco: molte donne continuano ad avere rapporti sessuali anche quando il desiderio spontaneo non è presente.
    Non necessariamente perché si sentano costrette, ma perché desiderano mantenere l’intimità con il partner, preservare la relazione o evitare che lui possa sentirsi rifiutato.
    La ricerca definisce questo comportamento sexual compliance [5], cioè la scelta di acconsentire a un rapporto pur non avvertendo, in quel momento, un desiderio spontaneo.
    È un tema delicato, che merita qualche precisazione.
    Di per sé, la compliance sessuale non è sinonimo di sofferenza.

    All’interno di una relazione sana e rispettosa può rappresentare una scelta libera, simile a molti altri piccoli gesti che compiamo per prenderci cura della persona che amiamo.
    Il problema nasce quando questa diventa l’unica modalità possibile.

    Quando il “sì” non è più una decisione consapevole ma un automatismo. Quando il timore di deludere il partner diventa più importante dell’ascolto dei propri bisogni. Quando il piacere personale scompare completamente dall’equazione.
    In queste situazioni la sessualità rischia di trasformarsi in un dovere, invece che in uno spazio di condivisione [5;9].

    Il desiderio può arrivare dopo

    Uno dei contributi più importanti della sessuologia moderna è stato quello di mettere in discussione l’idea che il desiderio debba sempre precedere il rapporto sessuale.

    Per molte donne, soprattutto dopo la menopausa, non funziona così.

    Il modello proposto dalla ricercatrice Rosemary Basson descrive quello che viene chiamato desiderio responsivo.
    In pratica, il desiderio non nasce necessariamente prima dell’intimità, ma può svilupparsi durante l’incontro.
    Può essere una carezza, un abbraccio, una conversazione tranquilla, un momento di vicinanza emotiva a creare lentamente le condizioni perché il corpo inizi a rispondere [6;7].
    Questa prospettiva è molto rassicurante.

    Significa che non sentire improvvisamente “la voglia” non implica che il piacere sia scomparso. Significa anche che non tutte le esperienze sessuali devono iniziare con un impulso intenso e travolgente. Naturalmente questo vale solo quando la donna sceglie liberamente di vivere quel momento.
    Il desiderio responsivo non giustifica mai il sentirsi obbligate ad avere rapporti. Al contrario, ricorda che il piacere può nascere quando ci si sente accolte, rispettate e libere di ascoltare il proprio corpo.

    Nel mio lavoro provo spesso a sostituire una domanda con un’altra. Molte donne arrivano dicendo:

    “Perché non ho più voglia?”

    È una domanda comprensibile, ma spesso porta a cercare un’unica causa e un’unica soluzione.

    Preferisco chiedere:

    “Di cosa avrebbe bisogno oggi il tuo corpo per poter vivere l’intimità con serenità?”

    A volte la risposta è eliminare il dolore.
    Altre volte è dormire meglio.
    In altre ancora è sentirsi comprese dal partner, avere meno stress o ritrovare un’immagine di sé più positiva.

    Perché il desiderio non è un interruttore che si accende o si spegne.

    È il risultato di tanti elementi che, quando tornano in equilibrio, possono permettere anche alla sessualità di ritrovare il proprio spazio.

    Il silenzio è spesso il primo problema nella coppia

    Ma cosa succede quando il cambiamento entra nella vita di coppia?

    Spesso è proprio qui che iniziano le difficoltà. Non tanto per la mancanza di rapporti sessuali, quanto per tutto ciò che rimane non detto.

    Molte donne mi raccontano di evitare l’argomento.
    Preferiscono trovare una scusa, rimandare, oppure avere un rapporto anche quando non ne sentono il desiderio, pur di non affrontare una conversazione che immaginano difficile.
    Dall’altra parte, il partner spesso non conosce quello che sta succedendo. Non vede i cambiamenti ormonali, non sente la stanchezza che accompagna molte donne in questa fase, non sperimenta il dolore o la secchezza vaginale. Vede soltanto una persona che sembra allontanarsi. E, comprensibilmente, può interpretare quel cambiamento come un rifiuto personale.

    È così che due persone che si amano finiscono per sentirsi entrambe ferite: lei si sente in colpa perché non riesce a desiderare come prima; lui si sente rifiutato perché pensa di non essere più desiderabile.
    Nel frattempo il silenzio riempie tutti gli spazi lasciati liberi dalle spiegazioni.

    Parlare prima che parlino le paure

    La ricerca mostra che le coppie che riescono a comunicare apertamente dei cambiamenti sessuali affrontano questa fase con maggiore serenità rispetto a quelle che evitano l’argomento.
    Non servono discorsi perfetti. Spesso basta trovare le parole giuste per spiegare ciò che sta succedendo.

    Può essere sufficiente dire:

    “Mi accorgo che il mio desiderio è cambiato. Non è una questione di amore e non dipende da te. Il mio corpo sta vivendo una fase diversa e ho bisogno che la affrontiamo insieme.”

    Una frase come questa cambia completamente la prospettiva.

    Il problema non è più “tu contro di me”, ma “noi davanti a un cambiamento”.

    È un modo diverso di guardare la stessa situazione.

    E spesso è il primo passo per ritrovare complicità.

    Anche il partner ha un ruolo importante

    Quando si parla di menopausa ci si concentra, giustamente, sui cambiamenti del corpo femminile. Ma la qualità della relazione dipende anche da come il partner reagisce a questi cambiamenti.

    Gli studi mostrano che le donne riferiscono una maggiore soddisfazione sessuale e relazionale quando si sentono comprese, ascoltate e non giudicate.
    Al contrario, le pressioni, le richieste insistenti o il senso di colpa rischiano di aumentare ulteriormente la distanza [1].

    Per questo motivo invito spesso le coppie a cambiare obiettivo.
    Per un periodo può essere utile smettere di considerare il rapporto sessuale come il traguardo obbligato dell’intimità. Riscoprire il contatto fisico, le carezze, i massaggi, gli abbracci, i baci e tutti quei gesti che costruiscono vicinanza senza aspettative immediate permette di ridurre l’ansia da prestazione e di lasciare spazio al desiderio responsivo.
    Molte coppie scoprono così una forma di intimità diversa, meno legata alla spontaneità dell’impulso e più alla qualità della connessione [8].

    Quando il corpo manda segnali che non vanno ignorati

    Naturalmente il calo del desiderio non va considerato sempre e soltanto una conseguenza inevitabile della menopausa.

    Esistono condizioni che possono renderlo molto più marcato.
    Tra queste troviamo la secchezza vaginale, il dolore durante i rapporti, la sindrome genitourinaria della menopausa, i disturbi del sonno, alcune malattie croniche, l’ansia, la depressione e gli effetti collaterali di alcuni farmaci [10].
    Quando questi fattori sono presenti è importante affrontarli, perché è difficile desiderare qualcosa che provoca dolore ed è altrettanto difficile vivere serenamente la sessualità quando si è costantemente stanche o quando il proprio benessere psicologico è compromesso.

    La mia esperienza di ostetrica

    Nel mio ambulatorio non parto mai dalla domanda:

    “Perché non hai più desiderio?”

    Preferisco chiedere:

    “Come stai vivendo questo cambiamento?”

    Perché dietro la stessa frase possono esserci storie completamente diverse.
    C’è la donna che soffre perché vorrebbe ritrovare la sessualità di prima. C’è chi, invece, vive serenamente una minore frequenza dei rapporti ma si sente sotto pressione perché teme di deludere il partner. C’è chi ha smesso di cercare intimità perché prova dolore, e c’è chi non riesce più a riconoscersi nel proprio corpo.
    Per questo non esiste una risposta valida per tutte.

    Il primo passo è capire quali fattori stanno contribuendo al problema. Quando necessario, si possono valutare trattamenti efficaci per la secchezza vaginale e la sindrome genitourinaria della menopausa, come gli estrogeni vaginali locali.

    In alcune donne selezionate, dopo un’attenta valutazione medica, possono essere prese in considerazione anche altre opzioni terapeutiche, come il testosterone, nei casi di disturbo persistente del desiderio sessuale.
    Ma la terapia, da sola, raramente basta.

    Quello che fa davvero la differenza è aiutare la donna a ritrovare fiducia nel proprio corpo e la coppia a costruire una nuova modalità di vivere l’intimità.
    Non si tratta di tornare indietro, ma di andare avanti in modo diverso.

    Ritrovare il piacere è possibile

    Una delle convinzioni più dolorose che incontro è questa:

    “Ormai è così. Devo rassegnarmi.”

    Tuttavia, non è quello che ci raccontano né l’esperienza clinica, né la ricerca.

    La menopausa segna la fine dell’età fertile, ma non della sessualità. È vero, il desiderio può cambiare: può diventare meno spontaneo, più sensibile al contesto, più legato al benessere fisico ed emotivo.
    Ma questo non significa che il piacere sia destinato a scomparire. Molte donne, quando comprendono cosa sta accadendo al proprio corpo e smettono di vivere la sessualità come una prova da superare, scoprono una nuova libertà.
    Una sessualità meno basata sulla prestazione, più lenta, più consapevole, più autentica.
    Ed è proprio questo il messaggio che vorrei lasciarti.

    Se ami il tuo partner ma senti che il desiderio è cambiato, non pensare di essere “sbagliata”.
    Ascolta il tuo corpo.
    Parlane con la persona che hai accanto e, se senti di averne bisogno, chiedi aiuto.

    Prendersi cura della propria salute sessuale non significa inseguire quella di vent’anni fa.
    Significa dare valore al proprio benessere oggi, nella fase della vita che stai vivendo.

    Perché anche in menopausa il piacere merita spazio, attenzione e rispetto.

    Fonti

    1. Nappi RE, Lachowsky M. Menopause and sexuality: prevalence of symptoms and impact on quality of life. *Maturitas*. 2009. [PMID: 19464129]
    2. Leiblum SR, Koochaki PE, Rodenberg CA, et al. Hypoactive sexual desire disorder in postmenopausal
      women: US results from the Women’s International Study of Health and Sexuality (WISHeS)
      . *Menopause*. 2006. [PMID: 16607098]
    3. Avis NE, Brockwell S, Randolph J, et al. Longitudinal changes in sexual functioning as women transition through menopause: results from SWAN. *Menopause*. 2009. [PMCID: PMC2908487]
    4. Thomas HN, Hess R, Thurston RC. Sexual desire during the menopausal transition and early postmenopause: observations from the Seattle Midlife Women’s Health Study. *Womens Health Issues*. 2015. [PMID: 20109116]
    5. Sarah A Vannier, Lucia F O’Sullivan. Sex without desire: characteristics of occasions of sexual compliance in young adults’ committed relationships. Studio su compliance sessuale in relazioni stabili. 2010. [PMID: 19662565]
    6. Basson R. The female sexual response: a different model. *J Sex Marital Ther*. 2000. [PMID: 10693116]
    7. Basson R. Women’s sexual desire: disordered or misunderstood? *J Sex Marital Ther*. 2002. [PMID: 11898699]
    8. Rosen NO, Corsini-Munt S, Dubé JP, et al. Partner responses to low desire: associations with sexual, relational, and psychological well-being among couples coping with Female Sexual Interest/Arousal Disorder. *J Sex Med*. 2020. [PMID: 32978067]
    9. Muise A, et al. Dialing up desire and dampening disinterest: regulating sexual desire in the bedroom and sexual and relationship well-being. 2021. [PMCID: PMC9092913]
    10. Biddle AK, West SL, D’Aloisio AA, et al. Female sexual dysfunction: focus on low desire. *Obstet Gynecol*. 2015. [PMID: 25569014]
  • Incontinenza urinaria: quando i piccoli gesti quotidiani raccontano un disagio silenzioso

    Incontinenza urinaria: quando i piccoli gesti quotidiani raccontano un disagio silenzioso

    L’incontinenza urinaria non è una patologia in sé, ma una condizione che può interessare sia uomini che donne in qualsiasi momento della vita. Nonostante la sua ampia diffusione, se ne parla ancora troppo poco: spesso, infatti, chi ne soffre tende a convivere con la problematica in silenzio, modificando le proprie abitudini e rinunciando, poco alla volta, a piccole libertà.

    All’inizio i cambiamenti sembrano quasi impercettibili.
    Al ristorante si cerca subito con lo sguardo il bagno, calcolandone la distanza. In palestra si evitano i salti o si sostituiscono le attività ad alto impatto con esercizi più delicati. Si finisce persino per bere meno del necessario quando si è fuori casa, per il timore di dover cercare una toilette.

    Sono piccoli accorgimenti pratici che, se ripetuti ogni giorno, condizionano le scelte, limitano la spontaneità e riducono il benessere quotidiano. Dietro questo silenzio si nasconde una convinzione errata: che le perdite siano una conseguenza inevitabile della maternità, della menopausa o dell’avanzare degli anni, e che l’unica opzione sia imparare a conviverci.

    La distinzione tra gestione e cura

    Oggi il mercato offre soluzioni contenitive e prodotti dedicati alla gestione delle perdite estremamente discreti, che offrono sicurezza immediata.


    Tuttavia, è fondamentale non fermarsi a questo livello.


    Gli ausili protettivi sono un supporto utile per affrontare la giornata con maggiore serenità, ma non modificano ciò che ha generato il problema. Se il sintomo è legato a un indebolimento dell’area perineale, a un’alterazione del controllo nervoso della vescica o a un cambiamento dei tessuti, un supporto esterno non può intervenire sulla causa.


    Identificare l’origine del disturbo è l’unico modo per impostare trattamenti mirati che consentano di ridurre significativamente la problematica o di risolverla.

    Comprendere l’incontinenza: le princiopali tipologie

    Questa condizione non si manifesta allo stesso modo in ogni donna e riconoscerne la natura è il primo passo per individuare l’approccio terapeutico specifico:

    • Incontinenza mista: si verifica quando le perdite da sforzo e gli episodi legati all’urgenza minzionale coesistono.
    • Incontinenza da sforzo: è la forma più frequente. La perdita involontaria compare in concomitanza con un aumento della pressione addominale, come durante un colpo di tosse, uno starnuto, una risata o un esercizio fisico.
      La causa principale è il deficit di forza nel complesso muscolare di sostegno che supporta la vescica e l’uretra.
    • Incontinenza da urgenza: in questo caso, il sintomo principale è uno stimolo improvviso, intenso e difficile da controllare, spesso legato a un’iperattività del muscolo della vescica. Chi ne soffre avverte la necessità impellente di urinare prima ancora che la vescica sia effettivamente piena.

    Strategie terapeutiche nelle diverse fasi della vita

    La buona notizia, supportata da solide risultanze scientifiche, è che nella maggior parte dei casi è possibile recuperare il controllo attraverso percorsi efficaci e non invasivi.
    Le principali linee guida internazionali raccomandano la rieducazione perineale come approccio di prima scelta, con benefici visibili spesso già dopo alcune settimane di trattamento.

    Tuttavia, le modalità di intervento cambiano in base alla storia personale:

    Nel post-partum

    La gravidanza e il parto rappresentano un importante stress per la muscolatura pelvica. Nelle prime settimane è normale che il corpo attraversi una fase naturale di guarigione, durante la quale non è indicato iniziare esercizi specifici. Se però le perdite persistono a tre mesi dal parto, gli studi clinici di riferimento suggeriscono di intraprendere un percorso riabilitativo personalizzato di almeno tre mesi, abbinando le sedute in studio a una costanza quotidiana anche a casa.

    In menopausa

    I cambiamenti ormonali influiscono direttamente sulla salute dei tessuti. La diminuzione degli estrogeni rende le pareti vaginali e uretrali più sottili e meno elastiche, favorendo la comparsa o il peggioramento del disturbo. In questa fase, oltre alla ginnastica mirata per la muscolatura profonda, la letteratura di settore mostra l’efficacia della terapia estrogenica locale a basso dosaggio, che migliora il trofismo dei tessuti e riduce anche il rischio di infezioni urinarie ricorrenti.

    Perché l’intervento precoce fa la differenza?

    Non è necessario che gli episodi siano frequenti o abbondanti per richiedere attenzione. Anzi, è proprio quando le perdite sono ancora occasionali che l’intervento risulta più rapido ed efficace.

    Rimandare il consulto significa permettere al corpo di consolidare schemi motori scorretti e costringersi ad adattarsi ai sintomi, trasformando piccole rinunce in una falsa normalità.
    Intervenire precocemente consente di interrompere questo circolo vizioso, preservando la propria libertà di movimento e il comfort personale.

    Cosa puoi fare a partire da oggi?

    Se hai notato questi segnali, il percorso per riprendere il controllo del tuo corpo inizia da pochi passi fondamentali:

    1. Chiedi un parere esperto: parlane con il professionista che segue la tua salute, come la tua ostetrica, la tua ginecologa o il tuo medico, senza aspettare la visita di controllo annuale se il disturbo è già presente.
    2. Osserva i dettagli: presta attenzione a quando si verificano gli episodi (se durante un movimento, un colpo di tosse o a riposo). Queste informazioni sono preziose per comprendere la natura della condizione.
    3. Programma una valutazione specialistica: un esame funzionale della muscolatura pelvica è l’unico strumento che permette di definire un piano terapeutico realmente su misura per te.

    Ritrovare la serenità di ridere, fare sport e viaggiare senza preoccupazioni è un obiettivo possibile. Il tuo corpo ti sta inviando un messaggio: ascoltarlo è il primo passo per tornare a muoverti nel mondo con piena libertà.

    Fonti

    1. Thom DH, Rortveit G. Prevalence of postpartum urinary incontinence: a systematic review. Acta Obstet Gynecol Scand. 2010. [PMID: 21050146]
    2. Dumoulin C, et al. Pelvic floor muscle training versus no treatment, or inactive control treatments, for urinary incontinence in women. Cochrane Database Syst Rev. 2018. [PMID: 30704907]
    3. Allafi AH, Al-johani AS, et al. The Link Between Menopause and Urinary Incontinence: A Systematic Review. [PMC11550778]
    4. Luo X, Zhong Y, AI D, Yin G, Mo Lu. Development of a psychosocial-clinical nomogram to predict delayed medical help-seeking in women with stress urinary incontinence. Frontiers in Medicine, 2025. [PMC12647021]

  • Svezzamento tradizionale o autosvezzamento? Come scegliere il percorso giusto per il tuo bambino

    Svezzamento tradizionale o autosvezzamento? Come scegliere il percorso giusto per il tuo bambino

    Quando arriva il momento di iniziare lo svezzamento, molti genitori si trovano davanti a una quantità enorme di informazioni, consigli e opinioni spesso contrastanti. C’è chi sostiene l’autosvezzamento, chi preferisce le pappe tradizionali, chi suggerisce di iniziare dalla frutta e chi invece invita a proporre fin da subito i cibi della tavola familiare.

    Il risultato? Confusione, dubbi e la sensazione di dover fare la scelta perfetta.

    La buona notizia, che ripeto spesso alle famiglie che incontro, è che una scelta perfetta non esiste.

    Esiste invece il percorso più adatto al vostro bambino, alla sua crescita e alla vostra famiglia.

    Non esiste un metodo migliore in assoluto

    Negli ultimi anni il dibattito tra svezzamento tradizionale e autosvezzamento è diventato sempre più acceso.

    In realtà, le evidenze scientifiche disponibili non dimostrano la superiorità assoluta di un metodo rispetto all’altro: diverse revisioni sistematiche della letteratura, che hanno confrontato i due approcci su crescita, accettazione del cibo e composizione della dieta, non hanno trovato differenze sufficienti a indicare un metodo come oggettivamente migliore [3]

    Anche sul fronte della sicurezza, il timore più diffuso, l’evidenza è rassicurante: uno studio comparativo dedicato specificamente al rischio di soffocamento non ha trovato differenze statisticamente significative tra svezzamento tradizionale e autosvezzamento [2]. La sicurezza dipende più da come il cibo viene proposto, postura corretta, supervisione costante, consistenze adatte all’età, che dal metodo scelto in sé.

    Alcune famiglie si trovano bene con un approccio più guidato, fatto di pappe e introduzione graduale degli alimenti. Altre preferiscono lasciare al bambino maggiore autonomia nell’esplorazione del cibo.

    La vera domanda non è quale metodo sia migliore, ma quale approccio permetta al bambino di vivere serenamente la scoperta del cibo e ai genitori di affrontare questa fase con fiducia e consapevolezza.

    Lo svezzamento è un percorso, non una gara

    Uno degli errori più frequenti è pensare allo svezzamento come a una tappa da raggiungere rapidamente.

    Spesso i genitori arrivano al primo assaggio con aspettative molto elevate: che il bambino mangi una certa quantità, che gradisca subito i nuovi sapori o che sostituisca rapidamente una poppata con una pappa completa.

    In realtà l’alimentazione complementare è un processo graduale.

    All’inizio il bambino potrebbe assaggiare soltanto un cucchiaino di cibo. Il giorno successivo due. Oppure potrebbe limitarsi a toccare, annusare e osservare senza ingerire quasi nulla.

    So bene che, vissuta da dentro, questa fase è meno romantica di come viene raccontata: la fatica e la frustrazione che sentite in quei momenti sono reali, e non significano che state sbagliando qualcosa

    È tutto assolutamente normale. Nelle prime settimane il bambino non mangia per fame, perché il latte continua a soddisfare il suo fabbisogno, quindi non c’è alcun rischio di carenze se per un po’ assaggia pochissimo.

    Mangiare non significa soltanto assumere nutrienti. Significa imparare nuove consistenze, sviluppare coordinazione, esplorare sapori e costruire un rapporto positivo con il cibo [4]. Le linee guida più recenti dell’OMS parlano, a questo proposito, di “alimentazione responsiva“: rispondere ai segnali di fame e sazietà del bambino, senza inseguire un quantitativo “dovuto” a tutti i costi [1].

    Il latte rimane l’alimento principale

    Una delle convinzioni più diffuse è che l’inizio dello svezzamento coincida con l’abbandono del latte. Non è un caso che la parola stessa derivi da “vezzo“, come se il latte fosse un’abitudine da cui liberare il bambino: per questo oggi i pediatri preferiscono parlare di “alimentazione complementare“, un termine che dice esattamente quello che serve dire. Si completa, non si sostituisce.

    Personalmente, utilizzo entrambe le parole, in particolare modo perché “svezzamento” è quella più cercata dalle mamme.
    Tuttavia, deve essere inteso come concetto di continuità, non di rottura.

    Molti genitori si sentono dire frasi come:

    “Da domani iniziamo con le pappe e sostituiamo la poppata.”

    In realtà non funziona così.

    Fino al primo anno di vita il latte materno o formulato continua a rappresentare la principale fonte di nutrimento del bambino. [1]
    I nuovi alimenti vengono introdotti progressivamente per integrare, non per sostituire immediatamente l’alimentazione lattea.

    Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale.

    Non stiamo chiedendo al bambino di consumare un intero pasto. Gli stiamo offrendo l’opportunità di conoscere qualcosa di nuovo.

    Attenzione alle aspettative

    Molti genitori iniziano questo percorso con idee molto precise:

    “Farò sicuramente autosvezzamento.”

    “Preferisco partire con le pappe.”

    “Il mio pediatra mi ha detto di iniziare con la frutta.”

    Avere un orientamento iniziale è normale, ma è importante mantenere una certa flessibilità.

    Ogni bambino è unico e può reagire in modo diverso rispetto alle aspettative degli adulti. Alcuni mostrano immediatamente interesse per il cibo, altri necessitano di più tempo. Alcuni gradiscono le consistenze morbide, altri preferiscono manipolare gli alimenti con le mani.

    Lo svezzamento funziona meglio quando i genitori osservano e accompagnano il bambino senza cercare di forzare un percorso prestabilito.

    In fondo, durante questa fase, non siete voi a guidare il bambino.

    State camminando al suo fianco.

    Quando è davvero il momento di iniziare?

    Per molti anni si è pensato che fosse esclusivamente il pediatra a decidere quando iniziare l’alimentazione complementare.

    Naturalmente il confronto con un professionista preparato rimane importante, ma è utile ricordare che lo svezzamento non è una malattia da curare.

    È una normale fase dello sviluppo.

    I genitori possono imparare a riconoscere i segnali di prontezza del proprio bambino, come:

    • il buon controllo del capo e del tronco: è fondamentale. Senza, il rischio di soffocamento è troppo elevato;
    • la capacità di stare seduto con supporto adeguato: la prole deve stare dritta sul seggiolone. Se tende a cadere in avanti, meglio darle consistenze cremose.
      Nota: mai alimentare un bambino sdraiato o semi-sdraiato, in quanto il cibo potrebbe andargli di traverso;
    • l’interesse verso il cibo consumato dagli adulti;
    • la tendenza a portare gli oggetti alla bocca: i bambini osservano i comportamenti degli adulti e li replicano. Ciò li porta ad afferrare gli oggetti per condurli alla bocca. Farli sedere a tavola stimola loro l’apprendimento per imitazione grazie ai neuroni a specchio;
    • la riduzione del riflesso di estrusione che spinge fuori il cibo con la lingua: è il meccanismo che fa “sputare” i solidi. Finché persiste, sarà difficile per loro masticare. Non bisogna insistere: vi stanno dicendo che non sono ancora pronti.

    Questi segnali sono spesso più utili di una data precisa sul calendario.

    Il ruolo della famiglia nella costruzione delle abitudini alimentari

    Lo svezzamento non riguarda soltanto ciò che vostro figlio mangia, ma anche ciò che osserva.

    I bambini imparano soprattutto attraverso l’esempio.

    Quando vedono genitori, nonni e fratelli consumare pasti vari, equilibrati e gustosi, iniziano ad associare il cibo a un momento di condivisione e piacere.

    La migliore educazione alimentare non nasce da regole rigide o schemi complicati, ma dalla quotidianità familiare.

    Mangiare insieme, proporre alimenti diversi e vivere il momento del pasto con serenità rappresentano strumenti potentissimi per costruire sane abitudini che accompagneranno il bambino nel tempo.

    Un viaggio da vivere con serenità

    Lo svezzamento non è una data sul calendario.

    Non è una tabella da seguire alla perfezione.

    Non è una corsa per sostituire il latte o raggiungere una determinata quantità di cibo.

    È un percorso fatto di piccoli assaggi, scoperte, progressi e qualche inevitabile rifiuto.

    Ogni bambino ha i propri tempi e ogni famiglia trova il proprio equilibrio.

    L’obiettivo non è far mangiare di più il prima possibile, ma aiutare il bambino a costruire un rapporto sereno, positivo e duraturo con il cibo.

    Ed è proprio da questa serenità che nasce il miglior inizio possibile.

    Se in questi mesi vi sentite stanchi, in dubbio, a volte inadeguati: non siete soli, e non significa che state facendo qualcosa di sbagliato. State semplicemente facendo un lavoro silenzioso e prezioso, i cui risultati si vedranno solo più avanti.

    Fonti

    1. World Health Organization. WHO Guideline for complementary feeding of infants and young children 6-23 months of age. Geneva: WHO, 2023
    2. Correia L., Sousa AR, Capitão C., Pedro AR. Complementary feeding approaches and risk of choking: a systematic review. J Pediat Gastroenterol Nutr. 2024
    3. D’Auria E., Bergamini M., Staiano A., et al. Baby-led weaning: what a systematic review of the literature adds on. Ital J Pediatr. 2018
    4. Spill MK, Johns K., Callahan EH, et al. Repeated exposure to food and food acceptability in infants and toddlers: a systematic review. Am J. Clin Nutr. 2019

  • Candida al mare: cosa implica e come prendersi cura di sé

    Candida al mare: cosa implica e come prendersi cura di sé

    Quante volte ho sentito questa frase nel mio studio: “Dottoressa, è successo di nuovo. Appena comincio a godermi un po’ di mare, si scatena tutto.”
    So bene quanto sia frustrante. Pianifichi le vacanze, finalmente stacchi dalla routine, e il tuo corpo inizia a presentare sintomi come prurito, bruciore, fastidio.
    Questa è una delle cose di cui le donne mi parlano di più, soprattutto tra giugno e agosto.
    Perciò ho deciso di scriverne, con parole semplici e senza giudizio.


    Perché la candida aumenta in estate?

    Con l’arrivo dell’estate aumentano spesso episodi di cistite, vaginiti, irritazioni intime e infezioni vaginali ricorrenti. Il motivo principale è legato a caldo, sudorazione, umidità, costume bagnato indossato per molte ore e abiti poco traspiranti.

    La zona intima, durante i mesi più caldi, aumenta la propria vulnerabilità perché l’umidità favorisce la proliferazione di microrganismi come batteri e funghi, tra cui la candida. Questo può alterare il pH vaginale, modificare la flora lattobacillare e indebolire l’equilibrio del microbiota vaginale.

    Non è una questione di scarsa igiene: è una risposta naturale del corpo a condizioni ambientali che cambiano. La vagina è un ecosistema delicato, e il caldo estivo può mettere sotto pressione i suoi meccanismi di difesa naturale.

    Se sei tra loro, sono contenta che tu sia qui a leggere.

    Cos’è la candida vaginale e perché colpisce in particolar modo d’estate?

    La candida, nella maggior parte dei casi Candida albicans, è presente nel corpo di molte donne senza causare alcun problema: fa parte della flora intima e, in condizioni normali, coesiste pacificamente con altri microrganismi. È quando l’equilibrio si rompe che il fungo può moltiplicarsi e dare fastidio.

    Come spiega una revisione pubblicata su Critical Reviews in Microbiology, lo sviluppo della candidosi vaginale è solitamente attribuito all’alterazione dell’equilibrio tra la colonizzazione vaginale da candida e l’ambiente dell’ospite, a causa di cambiamenti fisiologici o non fisiologici [1]. Tra i fattori di rischio comportamentali riconosciuti figurano proprio le abitudini legate all’abbigliamento e all’igiene intima, oltre a contraccettivi orali, antibiotici e predisposizioni genetiche.

    Il ruolo proteticco dei lattobacilli sul microbiota vaginale

    l microbiota vaginale ha un ruolo chiave nel mantenere l’equilibrio intimo.

    I lattobacilli, ovvero i “batteri buoni” che popolano la vagina sana, producono acido lattico, perossido di idrogeno e altre sostanze che mantengono il pH acido e inibiscono la crescita di agenti patogeni, candida compresa.

    Ricerche recenti hanno dimostrato che questi sono in grado di inibire l’adesione della candida, limitarne la disponibilità di nutrienti ed esercitare un effetto fungistatico, prevenendone la proliferazione eccessiva [4].

    Ciò che uso per spiegare bene la situazione alle donne che vengono da me, è spesso una metafora: il microbiota vaginale si può considerare come un giardino curato, in cui i lattobacilli sono i suoi giardinieri. Quando il caldo estivo li indebolisce, le erbacce, tra cui la candida, trovano spazio per crescere.

    Il nostro obiettivo non è eliminare il giardino, ma mantenerlo in equilibrio.

    Mare, piscina e costume bagnato:
    i principali fattori di rischio

    Una cosa che noto spesso, parlando con le mie pazienti, è che molte non immaginano quanto il costume bagnato possa incidere sul benessere intimo. È una di quelle consapevolezze che arriva tardi, spesso solo dopo aver vissuto il problema sulla propria pelle.

    Molte donne mi raccontano di aver trascorso intere giornate in spiaggia senza mai cambiarsi, senza sapere che quell’abitudine potesse fare la differenza.

    Sedersi sulla sabbia, fare il bagno in piscina e non cambiarsi subito dopo sono abitudini normalissime d’estate, ma che possono creare le condizioni ideali per un’infezione. Il cloro della piscina e la salsedine del mare, pur non causando direttamente le infezioni, riescono a irritare ulteriormente le mucose genitali già sensibilizzate dal caldo.

    Un consiglio pratico molto importante riguarda l’abbigliamento: meglio preferire biancheria intima in cotone 100% ed evitare tessuti sintetici, pizzi o indumenti troppo stretti, perché possono creare sfregamento, trattenere umidità e aumentare le irritazioni.

    Per chi soffre spesso di cistite in estate, è importante ricordare anche piccoli gesti quotidiani: bere di più, non trattenere troppo la pipì, curare l’igiene intima senza usare prodotti aggressivi e cambiare il costume bagnato appena possibile.

    Tra le misure preventive raccomandate dalla letteratura scientifica figurano proprio il mantenere la zona genitale pulita e asciutta, indossare biancheria traspirante ed evitare antibiotici non necessari [6].

    Sintomi della candida: come riconoscerla

    Questo è forse il punto su cui mi fermo di più quando parlo con le donne che vengono nel mio studio, perché è quello che fa più differenza nella pratica.

    Una storia che sento spesso è quella di donne che, al primo prurito o bruciore, pensano subito alla candida, o perché l’hanno già avuta, o perché semplicemente è la prima cosa che viene in mente, e usano un rimedio che avevano in casa. A volte funziona. Molte altre volte no, perché il problema era infatti un altro.

    Bruciore, prurito intimo, perdite anomale, cattivo odore o dolore durante i rapporti possono avere cause molto diverse tra loro. Uno studio trasversale su oltre 700 donne ha mostrato che tra quelle con sintomi quali aumento di perdite o prurito vulvare, solo il 28% aveva effettivamente una coltura positiva per Candida albicans, mentre nel 53% dei casi erano presenti vaginosi batterica o altre infezioni [3].

    Questo significa che fare da sé usando ovuli o creme antimicotiche senza una diagnosi precisa può non risolvere il problema. Talvolta lo peggiora.

    Se i sintomi della candida si ripresentano spesso, vieni a parlarne. Sono qui per questo.

    Come prevenire la candida estiva:
    il ruolo del microbiota intestinale

    Nel mio lavoro ho visto come piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane possano fare una differenza enorme per le donne che soffrono di recidive. Alcune mi raccontano di aver passato anni a combattere lo stesso problema estate dopo estate, salvo poi trovare un equilibrio grazie a un approccio più attento al microbiota intestinale e vaginale.

    La prevenzione passa anche da qui: alimentazione, idratazione, regolarità intestinale e un uso corretto dei probiotici, quando indicati, possono fare la differenza. Questi ultimi contengono ceppi di Lactobacillus che possono contribuire a ristabilire un microbioma vaginale equilibrato e a ridurre la proliferazione di agenti patogeni, con un potenziale ruolo anche nella riduzione delle recidive da candida, sebbene le evidenze siano ancora in evoluzione [5].

    Attenzione però: i probiotici non sono tutti uguali e non tutti sono indicati per ogni situazione. Prima di iniziare, è sempre bene confrontarsi con un professionista.

    Candida al mare:  in sintesi che fare e cosa evitare

    La soluzione è adottare abitudini semplici ma costanti:

    • Indossa biancheria in cotone 100%
    • Cambia il costume subito dopo il bagno
    • Asciugati bene dopo il mare o la piscina
    • Bevi molta acqua e non trattenere la pipì
    • Usa detergenti intimi delicati, a pH fisiologico
    • Segui un’alimentazione equilibrata, riducendo zuccheri e lieviti
    • Evita tessuti sintetici, pizzi e indumenti aderenti
    • Non fare diagnosi da sola se i sintomi si ripetono

    Un’ultima cosa prima di salutarci

    Una delle cose che mi colpisce di più, nel mio lavoro, è scoprire quanto spesso le donne portino questi fastidi in silenzio. Non ne parlano con le amiche, non ne parlano in famiglia, a volte aspettano mesi prima di venire da me. Come se il disagio intimo fosse qualcosa di cui vergognarsi, invece di essere semplicemente una parte della salute che merita attenzione quanto qualsiasi altra.

    Se ti sei riconosciuta in qualcosa di quello che hai letto, se ogni estate vivi con l’ansia che possa succedere di nuovo, se hai domande a cui non hai mai trovato risposta: scrivimi, chiamami, vieni a trovarmi.

    Il tuo benessere intimo merita attenzione, ascolto e cura. Sempre.

    Fonti

    1. Gonçalves B. et al., Vulvovaginal candidiasis: Epidemiology, microbiology and risk factors, Crit Rev Microbiol, 2016
    2. Sobel JD., Recurrent vulvovaginal candidiasis, BJOG, 2016
    3. Eckert LO. et al., Vulvovaginal candidiasis: clinical manifestations, risk factors, management algorithm, Obstet Gynecol, 1998
    4. Parolin C. et al., Vaginal Lactobacillus Impair Candida Dimorphic Switching and Biofilm Formation, Microorganisms, 2022
    5. Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, Vulvovaginal candidiasis and vaginal microflora interaction, 2023
    6. Applied Microbiology and Biotechnology, Candida albicans: the current status regarding vaginal infections, 2025

  • Sessualità dopo il parto: comprendere il calo del desiderio senza sensi di colpa

    Sessualità dopo il parto: comprendere il calo del desiderio senza sensi di colpa

    Hai partorito da qualche settimana e ti senti esausta.
    Le notti dormi poco, mentre le giornate scorrono tra poppate, pianti e pannolini.
    Nel frattempo il tuo compagno, magari con dolcezza ma anche con una certa insistenza, lascia intendere che vorrebbe riprendere la vostra vita intima.
    Tu, però, non ci pensi nemmeno. Anzi, l’idea stessa di un rapporto può sembrarti un peso.
    E quindi arriva il senso di colpa.
    Pensieri come “Cosa c’è che non va in me? Non lo amo più? Sono una cattiva compagna?” affollano la tua mente.

    Voglio dirtelo subito, con la stessa chiarezza con cui lo dico ogni giorno alle donne che vengono da me: non c’è niente che non va in te. Quello che stai vivendo ha un nome, ha una spiegazione scientifica, ed è vissuto dalla maggior parte delle donne nel postpartum.

    In sintesi, sei in buona compagnia, anche se probabilmente nessuno te lo ha ancora detto abbastanza chiaramente.

    Dopo il parto il corpo ha bisogno di tempo:
    ecco cosa accade nelle prime settimane

    Dopo il parto, il corpo femminile attraversa una rivoluzione silenziosa.

    Gli ormoni si riassestano, l’utero torna lentamente alle sue dimensioni, le eventuali suture cicatrizzano, il pavimento pelvico recupera. E nel mezzo di tutto questo, spesso con un neonato attaccato al seno ogni due ore, la sessualità non è in cima alla lista delle priorità. Ed è giusto così.

    La scienza lo conferma: uno studio che ha seguito centinaia di neomamme ha rilevato che a sei mesi dal parto quasi la metà delle donne riferisce scarso interesse per l’attività sessuale [1].
    Non una minoranza. Quasi la metà.

    Eppure quante di queste donne si sentono in difetto? Quante si scusano? Quante subiscono in silenzio la pressione del partner senza avere le parole per spiegare cosa sta succedendo nel loro corpo?

    Questo articolo è per loro. È per te.

    Il desiderio sessuale diminuisce dopo il parto:
    le cause fisiche ed emotive

    Quando una donna partorisce, il suo corpo entra in una modalità che potremmo chiamare, con un po’ di semplificazione, “modalità mamma”. Gli ormoni si riorientano completamente verso l’accudimento del neonato: la prolattina, l’ormone che produce il latte, sale alle stelle. Gli estrogeni, gli ormoni legati al desiderio sessuale e alla lubrificazione vaginale, scendono drasticamente.

    In altre parole, il corpo della donna è orientato principalmente alla cura del neonato.

    Le energie fisiche e ormonali sono concentrate sulla protezione, sul nutrimento e sull’accudimento del bambino. Non si tratta di rifiuto nei confronti del partner, ma di una risposta fisiologica del tutto normale.

    A questo si aggiungono stanchezza profonda, notti senza sonno, il dolore fisico del postpartum, e una trasformazione dell’identità che va ben oltre il corpo.

    Prima eri una persona, poi una coppia, adesso sei una madre.

    Capire dove finisce la neomamma e dove ricomincia la donna è un lavoro che richiede tempo e non si risolve con una visita di controllo.

    Una revisione sistematica che ha analizzato oltre 200 studi scientifici descrive esattamente questo processo: la transizione alla genitorialità cambia i ruoli, cambia le priorità, cambia la percezione di sé [2]. Non è una crisi: è un riassestamento che si traduce in un processo graduale.

    Dopo 40 giorni si può,
    ma non significa sentirsi pronte

    Sì, dal punto di vista medico intorno alle sei settimane dal parto, nella maggior parte dei casi il corpo ha recuperato abbastanza da rendere i rapporti fisicamente possibili.

    Le suture sono guarite, i lochi si sono esaurite, il rischio di infezioni si è ridotto.

    Ma “fisicamente possibile” non significa “desiderato”. E non significa nemmeno “piacevole”.

    Questo è uno dei malintesi più grandi che vedo nella mia pratica quotidiana: il via libera del ginecologo viene interpretato, a volte dalla donna stessa, spesso dal partner, come un semaforo verde per riprendere l’attività sessuale.

    Non funziona così. E nessuna donna dovrebbe sentirsi in colpa perché, passati i 40 giorni, non è “pronta” come da programma.

    Riprendere l’intimità di coppia:
    trovare un equilibrio tra bisogni diversi

    Nei mesi di gravidanza spesso i rapporti si rarefanno o si interrompono del tutto. Il partner ha aspettato. Adesso vede la luce in fondo al tunnel: quel “dopo 40 giorni” diventa quasi una data sul calendario.

    Capisco questa dimensione. Davvero. La sessualità è parte integrante di una coppia e il desiderio del partner è legittimo.

    Ma quello che dico agli uomini, quando li incontro insieme alle loro compagne, è questo: la strada più breve per ritrovarsi non passa dalla penetrazione, ma dalla vicinanza.

    Forzare i tempi, anche involontariamente e con le migliori intenzioni, produce spesso l’effetto opposto. Quando una donna percepisce pressione, tende infatti a chiudersi e ad allontanarsi emotivamente, rendendo ancora più difficile il recupero della complicità. Una donna che si sente vista, capita e non giudicata, pian piano torna. Con i suoi tempi, che sono anche i tempi della coppia.

    La ricerca lo conferma: quando il partner viene percepito come comprensivo e non pressante, le donne riportano livelli significativamente più alti di desiderio e soddisfazione sessuale nel postpartum [3].

    La sessualità dopo un figlio cambia:
    come riscoprirsi come coppia

    Eccola, la cosa che vorrei che ogni coppia portasse a casa da questo articolo: dopo un figlio, la sessualità di coppia non “riprende”, si reinventa.

    Prima eravate in due. Adesso siete in tre. Le notti hanno una funzione diversa. I corpi hanno subito trasformazioni enormi e le priorità sono cambiate. È naturale che anche il modo di stare insieme (fisicamente, intimamente) debba trovare una nuova forma.

    E questa nuova forma non inizia necessariamente dall’atto sessuale completo.

    Quello che suggerisco alle coppie è di ripartire da zero, come se non si conoscessero. Riscoprirsi: tramite un bagno insieme nella vasca; una doccia condivisa; coccole sul divano senza che debbano portare da qualche parte. Una carezza, un bacio più lungo, sfiorarsi.

    Lasciar perdere per un po’ l’obiettivo e godersi il percorso.

    La penetrazione arriverà semplicemente quando entrambi saranno pronti.

    Il desiderio si riscalda prima, attraverso la vicinanza, la tenerezza, la complicità.


    I primi rapporti dopo il parto:
    cosa aspettarsi dal punto di vista fisico

    Quando arriva il momento, e arriverà, è utile sapere cosa può succedere al corpo, per non spaventarsi.

    La secchezza vaginale è comunissima, soprattutto se stai allattando: la prolattina abbassa gli estrogeni, che sono responsabili della lubrificazione naturale. Il suggerimento pratico che do sempre è di usare un lubrificante a base d’acqua, tenerlo a portata di mano, e non avere fretta: se durante il rapporto si sente attrito o fastidio, si smette, si rimette il lubrificante, e si ricomincia.

    Inoltre, tanti preliminari aiutano il corpo a lubrificarsi anche in modo naturale, oltre che a ricreare quella connessione emotiva che è la vera premessa al desiderio.

    La posizione può fare una grande differenza, specialmente in presenza di cicatrici (da episiotomia, lacerazioni o cesareo). Sperimentate, comunicatevi quello che fa male e quello che fa bene.

    Sul dolore durante i primi rapporti è essere oneste: è frequente ed è documentato. Infatti, una ricerca ha rilevato una prevalenza di dispareunia postpartum intorno al 35% [4]. Ma “frequente” non significa “sopportare in silenzio”: se il dolore persiste, parliamone. Ci sono soluzioni.


    Quando la sessualità diventa
    motivo di tensione nella coppia

    Se senti che il tema della sessualità sta diventando una fonte di tensione nella tua coppia (attraverso discussioni, silenzi, distanza) sappi che non stai vivendo qualcosa di eccezionale.

    È uno dei motivi più comuni per cui le coppie fanno fatica nel primo anno dopo la nascita di un figlio.

    I dati parlano chiaro: uno studio ha mostrato un calo significativo sia della soddisfazione emotiva che del piacere fisico nelle relazioni nel periodo postnatale e, dato preoccupante, meno di un quarto delle donne riferisce di aver ricevuto supporto su questi temi dal proprio medico [5].

    Questo mi fa arrabbiare.

    Significa che moltissime coppie stanno affrontando da sole qualcosa che potrebbe essere affrontato insieme, con il supporto giusto.

    Sono qui per questo.

    Se vuoi portare il tuo compagno alla prossima visita, fallo. Parliamo tutti e tre. Spesso bastano poche parole, dette nel posto giusto, per sciogliere mesi di incomprensioni.


    Fonti

    1. O’Malley D et al. Prevalence of and risk factors associated with sexual health issues in primiparous women at 6 and 12 months postpartum (MAMMI study). BMC Pregnancy Childbirth, 2018.
    2. Serrano Drozdowskyj E et al. Factors Influencing Couples’ Sexuality in the Puerperium: A Systematic Review. Sexual Medicine Reviews, 2020.
    3. Rosen NO et al. Perceived partner responses to pain predict sexual and relationship satisfaction in women with Provoked Vestibulodynia. (citato in Frontiers in Psychology, 2019.)
    4. Banaei M. et al. Prevalence of postpartum dyspareunia: A systematic review and meta-analysis. International Journal of Gynecology & Obstetrics, 2021.
    5. Woodhouse H, McDonald E, Brown S. Women’s experiences of sex and intimacy after childbirth. J Psychosomatic Obstetrics & Gynaecology, 2012.
    6. Banaei M et al. Determinants of Postpartum Sexual Dysfunction in the First Year: A Systematic Review. PMC, 2025. [PMC12652832]
    7. Hipp LE et al. Early Resumption of Sexual Intercourse after First Childbirth and Unintended Pregnancy within Six Months. Obstet Gynecol, 2021.
    8. Buster JE. Managing female sexual dysfunction. Fertility and Sterility, 2013.

  • Dolore durante i rapporti sessuali: cause, pavimento pelvico e cosa fare

    Dolore durante i rapporti sessuali: cause, pavimento pelvico e cosa fare

    Il dolore durante i rapporti non è normale e, se ne soffri, non devi abituartici. Secchezza, bruciore, difficoltà alla penetrazione: sono segnali che il tuo corpo ti sta mandando. Da ostetrica, voglio aiutarti a capirli, senza tabù e senza giudizio.

    Quante volte hai sentito dire, o hai pensato tu stessa, che un certo fastidio durante i rapporti fosse “normale”? Che facesse soltanto parte della tua vita e che bisognasse sopportarlo in silenzio? In tanti anni di lavoro come ostetrica, ho sentito questa frase molte volte. E ogni volta mi dispiace, perché non è vero.

    Il dolore durante i rapporti sessuali, la secchezza, la sensazione che qualcosa ostacoli la penetrazione: questi non sono segnali da ignorare o da accettare in silenzio. Sono segnali che il tuo corpo ti sta mandando e che meritano attenzione, cura ma, soprattutto, ascolto.

    Di cosa stiamo parlando?

    In medicina, il dolore durante i rapporti sessuali si chiama dispareunia, ed è molto più diffuso di quanto si pensi. La ricerca stima che colpisca circa il 15% delle donne nel corso della vita.[1]

    Eppure è un problema spesso sottovalutato, minimizzato o semplicemente non detto, perché parlare di sessualità fa ancora fatica a trovare spazio nelle conversazioni con i professionisti sanitari.

    I sintomi possono essere diversi da donna a donna: bruciore o dolore durante o dopo la penetrazione, secchezza vaginale, tensione muscolare, difficoltà fisiche all’ingresso, o una combinazione di tutto questo. Alcune donne li vivono fin dall’inizio della vita sessuale, altre li sviluppano nel tempo, dopo una gravidanza, dopo il parto, in menopausa, o in seguito a periodi di stress intenso.

    “Non devi scegliere tra rinunciare alla tua vita sessuale e sopportare il dolore. Esiste una terza strada.”

    Il pavimento pelvico: un attore spesso dimenticato

    Una delle cause più frequenti e meno conosciute di questi disturbi riguarda il pavimento pelvico: l’insieme di muscoli, legamenti e tessuti connettivi che sostengono gli organi pelvici e svolgono un ruolo fondamentale nella funzione sessuale, urinaria e intestinale.

    Quando i muscoli del pavimento pelvico sono ipertonici, cioè contratti in modo eccessivo e involontario, possono rendere la penetrazione difficile o dolorosa.[2]

    Quando invece sono ipotonici, deboli o poco coordinati, possono causare sensazioni di vuoto, ridotta sensibilità o difficoltà nel raggiungere il piacere. In entrambi i casi, il problema non è “nella testa”, né è una questione di volontà: è una disfunzione muscolare, come lo sarebbe un problema alla schiena o a un ginocchio.

    La letteratura scientifica è chiara su questo: la riabilitazione del pavimento pelvico è un approccio terapeutico efficace per ridurre il dolore durante i rapporti e migliorare la qualità della vita sessuale.[3] Uno studio randomizzato controllato pubblicato su BMC Women’s Health ha dimostrato che interventi fisioterapici mirati, tra cui terapia manuale, elettroterapia ed esercizi specifici, portano a miglioramenti significativi sia nel dolore che nella funzione sessuale.[3]

    Anche la secchezza vaginale, spesso associata a squilibri ormonali ma non solo, può essere influenzata dallo stato del pavimento pelvico: una vascolarizzazione ridotta in quell’area contribuisce alla diminuzione della lubrificazione naturale.[4]

    È semplicemente fisiologia.

    Il silenzio intorno a questo dolore

    Uno degli aspetti che più mi colpisce, nel mio lavoro, è quanto spesso queste problematiche vengano tenute nascoste. Non per mancanza di sofferenza, tutt’altro, ma per vergogna, per timore di non essere credute, o semplicemente perché nessuno ha mai creato lo spazio per parlarne.

    Uno studio pubblicato su Frontiers in Medicine nel 2024 ha rilevato che il 16% delle donne presentava dispareunia durante le visite ginecologiche di routine, pur avendola negata durante il colloquio verbale con il medico.[5] Questo dato mi dice una cosa precisa: il problema c’è, ma le donne non si sentono abbastanza sicure da portarlo alla luce. E questo è qualcosa che noi professioniste dobbiamo cambiare, creando spazi di ascolto veri, senza fretta e senza giudizio.

    Una valutazione del pavimento pelvico può cambiare tutto.

    La buona notizia, e ci tengo a dirtela chiaramente, è che nella maggior parte dei casi questi disturbi si possono affrontare. Non devi né rassegnarti, né smettere di desiderare una vita sessuale appagante. Devi semplicemente sapere che esiste un percorso.

    Una valutazione del pavimento pelvico è il primo passo: permette di capire cosa sta succedendo davvero, distinguere tra ipertono e ipotono muscolare, identificare eventuali trigger dolorosi e costruire un piano di trattamento personalizzato. Non si tratta di un esame invasivo o difficile da affrontare: si tratta di ascoltare il tuo corpo con gli strumenti giusti.

    Come ostetrica, posso accompagnarti in questo percorso. Posso spiegarti cosa aspettarti, rispondere alle tue domande, e indirizzarti verso i professionisti più adatti alle tue esigenze, che si tratti di una ginecologa, osteopata, nutrizionista o di un approccio multidisciplinare.[2] Perché la dispareunia, come ci ricorda la ricerca, ha spesso cause multiple e risponde meglio a trattamenti integrati.[1]

    Il piacere è parte della tua salute

    La sessualità è una componente reale e legittima del benessere di una donna.

    Non è un lusso, non è secondaria rispetto ad altri aspetti della salute e non è qualcosa di cui doversi vergognare quando si fa fatica. È parte di te, e come tale merita cura.

    Ho incontrato molte donne che avevano aspettato anni prima di parlarne, convinte che non ci fosse nulla da fare, o che il problema fosse troppo piccolo per meritare attenzione, perché minimizzato spesso da professionisti sbagliati. Nessuna di queste cose è vera. Il dolore durante i rapporti non è piccolo, se lo senti. E ci sono risposte, anche quando sembra che non ce ne siano.

    “Se riconosci qualcosa di te in quello che hai letto, parlami. Non devi averlo già capito tutto, non devi arrivare con le parole giuste. Basta arrivare. Sono qui per ascoltarti e per aiutarti a capire da dove iniziare.”

    Fonti scientifiche

    1. Bergeron S. et al. “Evaluation and Treatment of Sexual Pain Disorders.” Obstet Gynecol Clin North Am. 2025 Mar;52(1):1–14. doi:10.1016/j.ogc.2024.11.001. PubMed
    2. Morin M. et al. “Dyspareunia.” StatPearls. 2023 Jan. doi:10.1016/j.ogc.2020.08.005. PubMed
    3. Xie Y. et al. “Effectiveness of physical therapy interventions in women with dyspareunia: a systematic review and meta-analysis.” BMC Women’s Health. 2023;23:379. doi:10.1186/s12905-023-02532-8. PubMed
    4. Gao Q. et al. “Pelvic floor dysfunction in postpartum women: A cross-sectional study.” PLoS One. 2024;19(10):e0308563. doi:10.1371/journal.pone.0308563. PubMed
    5. Baszak-Radomańska E. et al. “Women’s sexual health improvement: sexual quality of life and pelvic floor muscle assessment in asymptomatic women.” Front Med. 2024;11:1289418. doi:10.3389/fmed.2024.1289418. PubMed
  • Allattare è un gesto d’amore, in qualunque forma tu lo viva

    Allattare è un gesto d’amore, in qualunque forma tu lo viva

    I benefici del latte materno sono straordinari, ma lo è anche una mamma serena. Ti racconto perché, da ostetrica, credo che nessuna scelta valga più di un’altra e quanto conti avere al fianco la persona giusta.

    Se sei qui, forse stai aspettando un bambino, o lo hai appena avuto.
    Forse senti già il peso di aspettative che nessuno ti ha chiesto se eri pronta a portare, e forse una di queste riguarda l’allattamento.

    Voglio parlartene con onestà: non per dirti cosa fare, ma per esplorare insieme questo momento, con tutta la sua bellezza e tutta la sua complessità. Perché in tanti anni di lavoro come ostetrica ho incontrato tantissime mamme, ognuna con la sua storia, e so quanto questo tema possa essere al tempo stesso meraviglioso e pesante.

    I benefici: per il bambino e per la mamma

    Parto dai dati, perché ci tengo che tu abbia informazioni vere su cui basare le tue scelte.

    La letteratura scientifica internazionale è chiara: il latte materno è un alimento vivo, prodigiosamente adatto alle esigenze del neonato: la sua composizione cambia nel tempo per seguire la crescita del bambino, fornendo il giusto equilibrio di proteine, grassi, anticorpi e fattori protettivi.[1]
    L’OMS raccomanda l’allattamento esclusivo per i primi sei mesi di vita, con proseguimento fino ai due anni insieme agli alimenti complementari.[1]

    I figli allattati al seno hanno una protezione documentata contro infezioni respiratorie e gastrointestinali, otiti, asma e allergie.[2]

    Anche per le mamme i benefici sono reali: dal recupero post-parto alla riduzione del rischio cardiovascolare a lungo termine.[3][4]

    PER IL BAMBINO

    • Anticorpi e protezione immunitaria [2]
    • Riduzione del rischio di infezioni [2]
    • Nutrizione adattiva settimana per settimana [1]
    • Legame affettivo pelle a pelle [3]
    • Minore rischio di allergie [2]

    PER LA MAMMA

    • Recupero post-parto accelerato [3]
    • Rilascio di ossitocina, ormone del legame [3]
    • Riduzione del rischio cardiovascolare [4]
    • Protezione da alcuni tumori al seno [3]
    • Benefici per umore e benessere emotivo [3]

    Uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association, condotto su oltre un milione di donne, ha dimostrato che l’allattamento è associato a una significativa riduzione del rischio cardiovascolare nel lungo periodo.[4]

    Si tratta di dati che sono felice di condividere, perché mostrano quanto il corpo femminile sia straordinario. Tuttavia, da professionista, ho da dirti anche altro.

    Il peso delle aspettative e la salute mentale

    In tanti anni di lavoro a fianco delle donne, ho visto mamme piangere in silenzio per il dolore durante l’attacco al seno.
    Le ho ascoltate mentre si sentivano in colpa per non produrre abbastanza latte.
    Ho ascoltato storie di pressioni psicologiche da parte di familiari, amiche, a volte persino da operatori sanitari.
    E questo mi ha sempre fatto riflettere.

    “Una mamma serena è il primo nutriente di un bambino, qualunque sia la sua scelta.”

    La scienza, del resto, lo conferma senza mezzi termini: la pressione percepita ad allattare a tutti i costi è strettamente associata a sintomi di ansia, depressione e stress nel postparto. [5]

    Uno studio pubblicato su Frontiers in Public Health nel 2024 ha evidenziato come le mamme che si sentono forzate o giudicate riportino livelli molto più alti di disagio emotivo, un malessere che tende ad aggravarsi nel tempo se non viene accolto e affrontato.[5]
    Un’ulteriore ricerca su Maternal & Child Nutrition ha dimostrato che il senso di colpa e la vergogna legati alle difficoltà dell’allattamento sono tra i predittori più significativi di ansia e depressione postnatale.[6]

    Il messaggio implicito che molte donne ricevono oggi dai social, dagli ambienti familiari o persino dagli operatori nei reparti maternità è che non allattare equivalga a fallire come madri.
    Permettimi di dirtelo chiaramente: questo concetto è profondamente sbagliato, e come professionista della
    salute sento la responsabilità etica di gridarlo ad alta voce.

    Il mio ruolo: essere al tuo fianco, non davanti.

    Come ostetrica, il mio compito non è dirti cosa è giusto fare, bensì aiutarti a comprendere le tue opzioni, sostenerti nelle difficoltà pratiche e, prima di tutto, ascoltarti senza l’ombra di un giudizio.

    Ma attenzione: ascoltare e rispettare non significa sparire, né lasciarti sola a decidere nel momento più vulnerabile della tua vita.

    Poco tempo fa, due mamme appena rientrate a casa dall’ospedale mi hanno confessato che non avevano intenzione di allattare. Per loro rappresentava un impegno fisico e mentale che, in quel momento di totale sfinimento,
    sentivano di non poter affrontare. Le ho ascoltate e ho rispettato profondamente il loro vissuto.
    Poi, con calma e delicatezza, ho spiegato loro i benefici a cui avrebbero rinunciato: non per convincerle o manipolarle, ma perché ogni donna merita di avere un quadro informativo completo per scegliere con lucidità. Subito dopo, ho proposto loro di fare insieme un piccolo tentativo per una sola settimana, assicurando la mia presenza quotidiana. Se al termine di quei sette giorni avessero confermato che quel percorso non faceva per loro, le avrei affiancate passo dopo passo nell’introduzione e nella gestione del latte in formula, con la stessa identica dedizione e senza alcuna insistenza.

    La ragione era semplice: temevo che una scelta presa in quei giorni, i più duri, quelli in cui si torna a casa dall’ospedale esausti, si sentono mille opinioni diverse e ci si sente vulnerabili e facilmente
    influenzabili, potesse diventare fonte di rimpianto.
    Non volevo che fosse la stanchezza del momento a parlare al posto loro; volevo che fossero loro, nella pienezza della propria consapevolezza, a decidere.

    Questa, per me, è la vera differenza tra imporre e accompagnare. Posso aiutarti con l’attacco al seno, con il trovare le posizioni più comode, a gestire le ragadi o prevenire gli ingorghi: sappiamo bene che il supporto attivo dell’ostetrica nel post-parto aumenta in modo significativo il successo e la durata dell’allattamento esclusivo.[7] Ma prima di qualsiasi cosa pratica, voglio sapere come stai, come dormi, come ti senti dentro. Perché la tua salute emotiva è parte integrante della salute di tuo figlio, e non è una mia opinione: è quello che la letteratura scientifica valida e documenta.[6]

    Non esiste una scelta universale

    Se deciderai di allattare, ti sosterrò con tutte le mie competenze e le mie risorse.

    Se deciderai di non farlo, o se non potrai farlo per ragioni mediche, lavorative o semplicemente personali, ti accompagnerò con la stessa identica cura anche in quella direzione, senza un solo
    grammo di giudizio.

    L’allattamento al seno ha benefici reali e merita di essere promosso, ma deve sempre accadere con gentilezza, attraverso un’informazione di alta qualità e senza trasformare un gesto intimo nel metro di misura del valore di una madre.

    Ogni donna porta con sé una storia diversa, fatta di un corpo unico, di un lavoro, di emozioni e di fatiche che solo lei conosce fino in fondo. La maternità non è una gara e nessuno dovrebbe mai farti sentire in competizione.

    “Se stai vivendo questo periodo con fatica, a prescindere dalla strada che stai percorrendo, ricordati che hai il pieno diritto di chiedere supporto, di cambiare idea e di essere ascoltata.
    Parlami: sono qui esattamente per questo, per sostenerti, non per giudicarti.”

    Fonti scientifiche

    1. Roghair R. “Breastfeeding: Benefits to Infant and Mother.” Nutrients. 2024 Sep;16(19):3251.doi:10.3390/nu16193251. PubMed
    2. Pediatrics / American Academy of Pediatrics. “Breastfeeding and Health Outcomes for Infants and Children: A Systematic Review.” Pediatrics. 2025;156(1):e2025071516. doi:10.1542/ peds.2025-071516. PubMed
    3. Chowdhury R. et al. “Breastfeeding and maternal health outcomes: A systematic review and meta-analysis.” Acta Paediatrica. 2015;104(Suppl 467):96–113. doi:10.1111/apa.13102. PubMed
    4. Tschiderer L. et al. “Breastfeeding is associated with a reduced maternal cardiovascular risk.” J Am Heart Assoc. 2022;11(2):e022746. doi:10.1161/JAHA.121.022746. PubMed
    5. Grattan RE, London SM, Bueno GE. “Perceived pressure to breastfeed negatively impacts postpartum mental health outcomes over time.” Front Public Health. 2024;12:1357965.
      doi:10.3389/fpubh.2024.1357965. PubMed
    6. Jackson L. et al. “Psychosocial predictors of post-natal anxiety and depression: pressure to breastfeed, guilt and shame.” Matern Child Nutr. 2024 Jan;20(1):e13558. doi:10.1111/mcn.13558. PubMed
    7. Rodríguez-Gallego I. et al. “Effectiveness of a Postpartum Breastfeeding Support Group Intervention in Promoting Exclusive Breastfeeding and Perceived Self-Efficacy.” Nutrients. 2024 Mar;16(7):988. doi:10.3390/nu16070988. PubMed